Yeman Crippa, a New York un secondo posto che vale un applauso lunghissimo
Tredici secondi dal vincitore. E una gara da protagonista fino alla fine. L’azzurro sale sul podio della maratona: dietro quel risultato ci sono talento, lavoro e una storia di famiglia che merita di essere raccontata con rispetto.

La tentazione, davanti a una classifica, è fermarsi alla prima riga. Chi ha vinto? Quanto ha fatto? E gli altri? Stavolta facciamo una cosa diversa: restiamo sul nome scritto subito sotto. Yeman Crippa, secondo alla Maratona di New York di domenica 1° novembre 2026. Il suo tempo è 2 ore, 6 minuti e 14 secondi. Davanti a lui, per tredici secondi, lo svedese Andreas Almgren.
La FIDAL racconta un Crippa rimasto in lotta per il successo fino alle battute finali. È il miglior piazzamento italiano in questa gara negli ultimi trent’anni. Un risultato che si può festeggiare senza aggiungere quel piccolo, ingiusto «peccato» che spesso riserviamo a chi arriva secondo.
Il valore di esserci fino all’ultimo
Una maratona misura 42 chilometri e 195 metri. Sulla carta è un numero; per chi corre diventa gestione dello sforzo, pazienza, capacità di scegliere quando restare insieme agli altri e quando provare a cambiare passo. A New York Crippa si è giocato una vittoria importante, e il verdetto è arrivato soltanto nella parte conclusiva.
Almgren ha chiuso in 2 ore, 6 minuti e un secondo, al debutto sulla distanza. Per Yeman resta un podio di enorme valore. Guardarlo soltanto attraverso il distacco significherebbe perdere tutto quello che è successo prima: oltre due ore ai vertici di una delle maratone più conosciute al mondo.
Ecco perché questo secondo posto ci piace. Perché permette di parlare di sport senza dover trasformare ogni gara in una sentenza. Ci sono prestazioni che meritano spazio anche quando l’ultimo metro premia un altro.
Dall’Etiopia al Trentino, una storia che non sta in un titolo
Yeman è nato in Etiopia nel 1996. Nel 2003 è stato adottato da Roberto e Luisa Crippa, una coppia milanese, ed è cresciuto in Trentino. La sua biografia sportiva ricostruisce il passaggio dall’orfanotrofio di Addis Abeba alla nuova vita in Italia, fino all’incontro con l’atletica.
È una storia che commuove. Proprio per questo va raccontata senza ridurla a una favola pronta all’uso. L’infanzia di una persona non è una scena da mettere prima delle immagini del traguardo per farci emozionare di più. E l’adozione non acquista valore perché quel bambino, un giorno, diventa un campione.
Il valore c’era già. Nel diritto di crescere in una famiglia, di andare a scuola, di sentirsi al sicuro, di scoprire cosa piace fare. Anche se non fosse arrivata nessuna medaglia. Anche se il futuro fosse stato un lavoro lontano dalle piste e dai riflettori.
Una possibilità, poi il lavoro di ogni giorno
Davanti a queste storie ci viene spontaneo dire che l’amore cambia la vita. È vero, ma vale la pena fermarsi sul significato concreto di quelle parole. Una famiglia offre continuità: qualcuno che torna, che accompagna, che resta anche quando non succede niente di speciale. La quotidianità, spesso, è il luogo in cui si costruisce la fiducia.
Il percorso atletico, però, è di Yeman. Il talento e il lavoro sono suoi. Ricordare chi gli è stato accanto non significa togliergli il merito, né immaginare che un passato difficile produca automaticamente forza o successo. Ci sono dolori che rimangono dolori. Il suo risultato sportivo merita di essere riconosciuto per ciò che è: il risultato di un atleta di altissimo livello.
Possiamo tenere insieme le due cose. Ammirare la corsa e dare valore all’accoglienza. Ringraziare chi apre una porta e applaudire chi, da quella porta, prende una strada tutta sua.
Il nostro applauso, senza condizioni
Per chi guarda la vita con gli occhi della fede, l’accoglienza ha anche questo significato: riconoscere una persona prima di sapere che cosa diventerà. Non serve aspettare che dimostri di essere eccezionale per considerarla preziosa. È un pensiero semplice, ma mette alla prova molte delle nostre abitudini.
Lo stesso vale, in piccolo, quando applaudiamo un atleta. Possiamo gioire di un secondo posto senza chiedergli di riscattare qualcosa, rappresentare tutte le famiglie adottive o offrirci una lezione. Crippa ha corso una grande maratona. È già una notizia bellissima.
Oggi ci fermiamo qui: sul nome di Yeman, sul suo tempo, sulla soddisfazione di vederlo così in alto. Tu riesci a festeggiare un risultato anche quando manca pochissimo al primo posto?


