ANCHE GESÙ HA PIANTO
Ci sono mancanze che tornano in una canzone, in una fotografia, nel gesto di prendere il telefono. A Betania Gesù incontra proprio questo dolore. E prima di richiamare Lazzaro alla vita, piange. Fermiamoci lì: quelle lacrime hanno qualcosa da dire anche al nostro cuore.

Ti viene da raccontargli una cosa e per un istante dimentichi che non puoi più telefonargli. Oppure apri un cassetto, trovi un biglietto e una giornata qualunque cambia colore. A volte la mancanza fa così: si presenta nei dettagli. Una ricetta preparata in un certo modo. Una risata che riconosceresti fra mille. Una frase che continui a sentire con la sua voce.
E mentre cerchi di capire come stare dentro a tutto questo, qualcuno ti dice di essere forte. Tu magari annuisci. Ma avresti bisogno di poterti sedere, abbassare le spalle e dire soltanto: mi manca. Senza dover rassicurare chi ti sta ascoltando.
Nel Vangelo c’è un momento in cui possiamo fermarci con quella frase. È una scena di amicizia e di dolore, raccontata nel capitolo 11 di Giovanni. Gesù si trova davanti alla morte di Lazzaro. E piange.
A Betania c’è un amico, prima ancora di un miracolo
Lazzaro vive a Betania con le sorelle Marta e Maria. Giovanni sottolinea che Gesù li ama. Quando Lazzaro si ammala, le sorelle gli fanno arrivare la notizia confidando in quel legame. Al suo arrivo, però, Lazzaro è già nel sepolcro da quattro giorni. Molte persone sono venute a consolare le due donne.
Marta va incontro a Gesù; Maria lo raggiunge dopo. Entrambe gli dicono che, se fosse stato presente, il fratello non sarebbe morto. Maria piange, e piangono anche quelli che sono con lei. Gesù si commuove profondamente, si turba e domanda dove sia stato deposto Lazzaro. Poi Giovanni scrive: «Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,35).
Il racconto arriverà al segno della vita restituita. Ma intanto ci chiede di guardare un’amicizia ferita dalla separazione. Leggendolo, possiamo sostare anche qui, senza correre subito alla pagina successiva.
Gesù sapeva. Eppure quelle lacrime ci sono
È uno degli aspetti più toccanti del brano: Gesù conosce il segno che sta per compiere, ma il dolore che incontra lo coinvolge davvero. La speranza non rende superflua la commozione. In quelle lacrime possiamo riconoscere quanto gli importino le persone, le loro relazioni, ciò che stanno vivendo.
Nell’Angelus del 26 marzo 2023, papa Francesco si ferma proprio su questo passaggio: legge il pianto di Gesù come vicinanza alle nostre sofferenze e l’intero episodio come un annuncio di vita. È un invito a portare a Cristo anche ciò che ci pesa, invece di chiuderlo in una solitudine senza spiragli.
Forse è questo che vorremmo sentire quando siamo fragili: che a qualcuno importa davvero. Che la nostra storia merita tempo. Che possiamo raccontare la stessa cosa anche un’altra volta, se oggi è quella che abbiamo nel cuore. La fede cristiana ci invita a cercare in Gesù questa accoglienza, con tutte le parole che riusciamo a trovare e anche con quelle che ci mancano.
Marta e Maria parlano con il cuore che hanno
Le parole delle sorelle hanno dentro una domanda difficile. Sono parole rivolte proprio alla persona in cui avevano riposto fiducia. Anche noi possiamo conoscere quella fatica: aver pregato tanto e trovarci davanti a un esito che non volevamo. Chiederci dove fosse Dio. Non sapere più come ricominciare a parlargli.
Marta continua il dialogo con Gesù e gli esprime la propria fede. Nel suo incontro convivono dolore, fiducia e ricerca. Possiamo leggere questa scena senza pretendere di mettere in fila perfetta ciò che sentiamo: prima sistemare la rabbia, poi trovare una spiegazione, infine tornare a pregare.
A volte una preghiera comincia in modo molto più semplice: «Signore, oggi sono arrabbiata. Mi sento sola. Vorrei fidarmi, ma faccio fatica». Sono parole che possiamo scegliere per rivolgerci a lui, senza doverle rendere più eleganti. Se hai una persona fidata con cui condividere la tua fede, puoi partire anche da questa difficoltà.
Piangere non è una bocciatura della tua fede
Nella catechesi del 12 febbraio 2020, dedicata alla beatitudine di chi piange, papa Francesco richiama il legame fra amore e sofferenza per la separazione. Invita a non diventare indifferenti e a riconoscere il valore della compassione. Il dolore di chi ama merita ascolto.
Questo può aiutarci a lasciare andare un pensiero pesante: se credo davvero, dovrei riuscire a stare bene. La fiducia in Dio non mette ogni emozione in ordine. Puoi trovare conforto nella preghiera e piangere di nuovo la sera. Puoi sentirti sollevata durante un incontro e avvertire una mancanza forte quando torni a casa.
Non serve nemmeno trasformare le lacrime in una misura dell’amore. C’è chi piange spesso, chi rimane in silenzio, chi cerca compagnia e chi per un po’ non sa che cosa desidera. Davanti a una persona che soffre, possiamo rinunciare alla tentazione di stabilire come dovrebbe mostrarlo.
Quello che ami ha un nome, una voce, una storia
Quando qualcuno ci manca, ci manca in modo preciso. Ci manca come pronunciava il nostro nome. Il consiglio che avrebbe dato. Il suo posto nelle fotografie di famiglia. Perfino certe piccole abitudini che un tempo ci facevano sorridere o perdere la pazienza.
Per questo può far male sentirsi dire troppo presto che bisogna andare avanti. A volte viene ascoltato come un invito a mettere da parte anche la persona amata. Se stai accanto a qualcuno, prova a chiedergli se gli va di raccontare un ricordo. E se preferisce cambiare argomento, seguilo con la stessa attenzione.
Può esserci tenerezza nel conservare una lettera, preparare un piatto imparato insieme, condividere una fotografia accompagnata da una storia. Può anche non essere il momento. Nessuno di questi gesti è una prova da superare. Ciò che conta è poter scegliere, senza sentirsi spinti a ricordare o a smettere di farlo.
Il segno di Lazzaro apre una speranza più grande
Davanti al sepolcro Gesù prega il Padre e chiama: «Lazzaro, vieni fuori!» (Gv 11,43). L’amico esce, ancora avvolto dalle bende. Gesù chiede ai presenti di liberarlo. Nella lettura cristiana questo segno rimanda alla vita che egli dona e prepara lo sguardo alla Pasqua.
Il Catechismo distingue il ritorno di Lazzaro alla vita terrena dalla risurrezione definitiva: la speranza cristiana riguarda la vita con Cristo e la risurrezione della persona intera, anche del corpo. Il modo in cui questo avverrà supera la nostra immaginazione. È una promessa di fede che non ci autorizza a inventare dettagli su ciò che una determinata persona starebbe facendo nell’aldilà.
Possiamo custodire questa speranza e, nello stesso tempo, riconoscere che oggi una sedia vuota fa male. Quando accompagniamo qualcuno, lasciamo che sia lui a dirci se desidera pregare, ascoltare una parola del Vangelo o restare in silenzio. Anche le parole più care, offerte con fretta, possono non trovare spazio.
Stare vicino: i gesti piccoli che diventano preziosi
La domanda arriva quasi sempre: che cosa gli dico? Possiamo cominciare da qualcosa di sincero e breve: «Mi dispiace tanto. Ti penso. Se ti va, oggi posso passare». Non occorre trovare una frase capace di risolvere quello che è successo. Occorre essere disposti ad ascoltare la risposta.
Un aiuto concreto è più facile da accogliere quando è preciso: portare la cena, accompagnare a una commissione, occuparsi di una faccenda concordata. Chiedi prima. Un rifiuto può voler dire soltanto che in quel momento serve altro, o che serve stare soli.
Ricordati anche dei giorni dopo, quando i messaggi diventano meno frequenti. Una telefonata senza fretta, un invito semplice, la disponibilità a nominare ancora quella persona possono avere valore. Lascia che nella conversazione ci siano anche argomenti ordinari. Chi soffre può desiderare di parlare del proprio dolore oppure prendere fiato da esso per un’ora.
Evitiamo di attribuire a Dio una spiegazione che non conosciamo: dire che abbia voluto una perdita per insegnare qualcosa può ferire chi sta cercando faticosamente di affidarsi a lui. Possiamo accompagnare una domanda anche quando non abbiamo una risposta. Se la fatica di vivere le giornate diventa molto grande, possiamo aiutare a cercare un sostegno competente, insieme all’eventuale accompagnamento spirituale.
Lasciare una porta aperta anche alla gioia
Può succedere di ridere e subito sentirsi in colpa. Di trascorrere un pomeriggio bello e poi chiedersi se si stia dimenticando qualcuno. Sono pensieri che si possono raccontare, senza vergognarsene. Un momento di leggerezza non cancella la storia condivisa.
Forse, con il tempo, riuscirai a raccontare un episodio e a sorridere mentre lo fai. Forse quella stessa storia un altro giorno ti farà piangere. Puoi lasciare spazio a entrambe le cose. Non serve decidere una volta per tutte quale emozione sia consentita al tuo ricordo.
Nella prospettiva della fede, affidarci a Dio può comprendere anche questa vita che continua a chiederci presenza: le persone che abbiamo accanto, un’amicizia da curare, qualcosa di bello da accogliere. Con i tempi e gli aiuti di cui abbiamo bisogno.
Una preghiera, se oggi le parole fanno fatica
Gesù, oggi mi fermo qui con te. Tu conosci le persone che porto nel cuore e sai quanto mi mancano. Accogli quello che riesco a dirti e quello che rimane in silenzio.
Ti affido chi amo. Aiutami a trovare qualcuno con cui condividere la fatica e rendimi capace di accorgermi anche del bisogno degli altri. Custodisci in me i ricordi belli. Quando arriva un momento di gioia, aiutami ad accoglierlo senza paura.
Accompagna le mie domande. Sostieni la mia speranza quando è piccola. E insegnami a restare vicino a chi soffre, con delicatezza. Amen.
A Betania, chi vede Gesù piangere riconosce il suo amore: «Guarda come lo amava!» (Gv 11,36). Possiamo chiudere il Vangelo portando con noi questa immagine: Gesù che ama una persona concreta, si lascia toccare dal dolore e le viene incontro. Se oggi hai bisogno di fermarti su quelle lacrime, puoi prenderti il tempo di farlo.
FONTI E APPROFONDIMENTI
- Vangelo secondo Giovanni, capitolo 11 — Bibbia CEI 2008
- Papa Francesco, Angelus del 26 marzo 2023: Lazzaro e la speranza
- Papa Francesco, Udienza generale del 12 febbraio 2020: Beati quelli che sono nel pianto
- Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 988–1004: la risurrezione della carne
- Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 646: il ritorno di Lazzaro alla vita e la risurrezione di Cristo


