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AVEVA UNA CARRIERA. POI UNA CELLA GLI HA CAMBIATO LA VITA

Il 23 ottobre la Chiesa ricorda san Giovanni da Capestrano. Giurista, poi francescano: la sua svolta nasce durante la prigionia. Una storia di vocazione, dentro un Quattrocento da conoscere senza semplificarlo.

San Giovanni da Capestrano raffigurato dal pittore ottocentesco Károly Lotz.

Prima c’erano gli studi di diritto, gli incarichi pubblici, una strada che sembrava già tracciata. Poi arriva la prigionia. Giovanni da Capestrano, l’uomo abituato ad avere un ruolo nell’amministrazione della giustizia, si ritrova privato della libertà. La svolta della sua vita comincia proprio lì.

Il 23 ottobre la Chiesa lo ricorda come sacerdote francescano e patrono dei cappellani militari. Ma per avvicinarci a lui vale la pena tornare prima del saio: al ragazzo abruzzese che aveva studiato, lavorato e immaginato un futuro diverso. La sua vocazione attraversa un’interruzione dolorosa di quel progetto.

Da Capestrano a Perugia, con il diritto nella testa

Giovanni nasce a Capestrano, vicino all’Aquila, il 24 giugno 1386. Si forma a Perugia e intraprende la carriera giuridica. Le biografie ecclesiali lo presentano come giurista e governatore; la ricostruzione del Dizionario Biografico degli Italiani documenta, più precisamente, un incarico di giudice civile nel 1413–1414.

È un dettaglio utile per immaginarlo nel suo ambiente. Prima della predicazione ci sono norme, decisioni, responsabilità pubbliche. Giovanni entra nella vita religiosa portandosi dietro quella formazione: il cambiamento di strada non cancella ciò che ha imparato. Le capacità acquisite continuano ad accompagnarlo.

Anche per noi può essere una domanda interessante, quando una scelta nuova sembra rendere inutili anni di studio o di lavoro. Che cosa sappiamo fare? Che cosa di quell’esperienza può servire altrove? Cambiare direzione non ci obbliga a fingere di essere nate ieri.

La prigionia e una scelta che prende forma

La detenzione si colloca dentro i conflitti politici che attraversano Perugia. Le ricostruzioni non coincidono in ogni dettaglio: per questo è più serio fermarsi al nucleo condiviso, senza trasformare il nome dei carcerieri in una certezza. Durante la reclusione matura la svolta religiosa.

Le fonti agiografiche narrano anche visioni di san Francesco. Sono racconti della tradizione biografica, da riconoscere come tali. Il dato decisivo del percorso successivo è l’ingresso nella comunità francescana osservante di Monteripido, presso Perugia, dopo la liberazione.

La sua storia non ci permette di dire che ogni sofferenza porti automaticamente a qualcosa di buono. Ci permette però di incontrare una persona che, attraversata una crisi, sceglie un’altra forma di vita. La libertà ritrovata diventa anche la possibilità di rispondere a una chiamata.

Un saio e molti chilometri davanti

Giovanni diventa frate e sacerdote, si dedica alla predicazione e al rinnovamento dell’Ordine. Nelle piazze e nelle città incontra persone che vivono in una società molto diversa dalla nostra, segnata da tensioni religiose e politiche strettamente intrecciate.

Il legame con Bernardino da Siena è una parte importante del suo cammino. Giovanni ne condivide la devozione al Nome di Gesù, rappresentato dal monogramma IHS, e lo sostiene quando deve difendersi dalle accuse rivolte alla sua predicazione.

Dentro questa amicizia si vede anche una dimensione concreta della vita spirituale: avere qualcuno con cui condividere ciò che conta. La fede può trovare sostegno in una persona che ci aiuta a capire, ci ascolta e sa restare accanto quando una scelta diventa difficile.

Una figura del suo tempo, con pagine dolorose

Conoscere Giovanni richiede anche di riconoscere gli aspetti più duri della sua attività. Fu inquisitore e partecipò a iniziative contro le comunità ebraiche. Treccani documenta il suo coinvolgimento nei processi di Breslavia del 1453, conclusi con condanne a morte ed espulsioni.

Queste pagine non vanno rese invisibili per costruire un ritratto rassicurante. La persecuzione religiosa provoca sofferenze reali; ricordarle è parte di un racconto onesto. La memoria liturgica e la ricerca storica hanno domande differenti, ma una biografia giornalistica deve lasciare spazio anche ai fatti dolorosi.

Belgrado e gli ultimi mesi

Nel 1456 Giovanni è coinvolto nella mobilitazione cristiana contro l’assedio ottomano di Belgrado. Morirà il 23 ottobre dello stesso anno a Ilok, nell’attuale Croazia. La tradizione biografica collega la morte alla peste contratta dopo quella campagna.

Il titolo di patrono dei cappellani militari, attribuitogli nel 1984, richiama oggi anche la presenza spirituale accanto a persone esposte alla guerra. Raccontare quel contesto storico non significa proporre il conflitto religioso come modello per il presente.

La domanda che resta, oltre la biografia

Giovanni ci consegna una vicenda complessa. Nel suo percorso c’è un momento sul quale possiamo fermarci: quando il ruolo pubblico viene meno, deve ripensare la propria esistenza. Per noi, che spesso ci descriviamo attraverso ciò che facciamo, è una domanda vicina.

Se oggi una strada si è interrotta, non occorre avere subito un progetto nuovo da esibire. Può essere necessario chiedere aiuto, riprendere fiato, ascoltare qualcuno di fidato. Anche nella fede possiamo portare una domanda ancora aperta: Signore, da qui, quale passo posso fare?

FONTI E APPROFONDIMENTI

Crediti fotografici

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