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LA FEDE HA UNA VOCE

PIETRO ICHINO: COME SI AMA QUANDO LA MALATTIA CAMBIA TUTTO?

Quando diciamo «ci sarò», raramente immaginiamo ogni forma che quelle parole potrebbero prendere. Pensiamo a una telefonata, a un viaggio insieme, a una giornata difficile. Poi può arrivare una malattia a cambiare il tempo, i gesti e il modo di stare vicini. Come si continua ad amare quando non si può far tornare tutto com’era?

Pietro Ichino al Festival dell’Economia di Trento nel 2018

Una storia raccontata pubblicamente

Pietro Ichino, giurista e docente, ha raccontato a Soul, con Monica Mondo, la cura della moglie Costanza durante una lunga malattia. Nella pagina della puntata ritrovi quel legame vissuto anche attraverso la fede.

Nelle riflessioni del 9 maggio 2020, Ichino racconta come la cura di Costanza abbia aperto una nuova intimità fra loro. Ci sono le letture condivise e le conversazioni notturne: il tempo insieme prende una forma diversa, dentro le giornate cambiate dalla malattia.

La pagina che dedica a Costanza ne ricorda il lavoro nella ricerca storica e nella redazione della Rivista italiana di diritto del lavoro, insieme alla passione per i libri. Vale la pena fermarsi anche qui: prima di essere una persona assistita, e anche dentro la malattia, Costanza ha una storia propria, relazioni, interessi e una voce.

L’amore non coincide soltanto con il poter guarire

Da questa testimonianza nasce una domanda che riguarda molte persone: che cosa posso offrire quando non posso eliminare ciò che fa soffrire chi amo? A volte ci sentiamo inutili perché non abbiamo una soluzione. È una sensazione comprensibile. Ma la presenza può avere un valore che non coincide con la capacità di cambiare una diagnosi.

Accompagnare non significa sapere sempre cosa dire. Può voler dire ascoltare senza interrompere una paura, chiedere quali gesti siano graditi, lasciare alla persona il diritto di scegliere ciò che può ancora scegliere. La cura non dovrebbe trasformare qualcuno in un insieme di compiti da completare, anche quando i compiti quotidiani sono numerosi, urgenti e stancanti.

Non conosciamo ogni momento della vita di Pietro e Costanza e non ne inventiamo le parti mancanti. La loro testimonianza può farci pensare senza diventare una ricetta. La domanda che ci lascia non è se riusciremmo a ripetere esattamente la loro esperienza, ma come conservare attenzione alla persona concreta che abbiamo accanto nella nostra situazione particolare.

Una testimonianza non è un metro per giudicare gli altri

È importante dirlo: chi si prende cura di qualcuno non deve ricavare da queste pagine un nuovo motivo per sentirsi insufficiente. Non tutte le famiglie dispongono delle stesse risorse, degli stessi aiuti o dello stesso tempo. La stanchezza non misura quanto si ama. E chiedere assistenza non cancella il legame né il valore di ciò che si sta facendo.

Le parole con cui Ichino riconosce un’intimità cresciuta appartengono alla sua esperienza. Non ci autorizzano a dire a un’altra persona che dovrebbe trovare un dono nella malattia. Nessuno deve produrre un significato bello per rendere accettabile agli altri il proprio dolore. Si può ascoltare una testimonianza di bene senza imporla come emozione obbligatoria a chi sta attraversando altro.

Anche chi riceve assistenza non è tenuto a essere sempre dolce, riconoscente o incoraggiante. Resta una persona, con gusti, pensieri, limiti, desideri e giornate difficili. Può voler parlare di un libro, di una notizia o di qualcosa di buffo, senza che ogni conversazione torni automaticamente alla sua salute. Essere curati non dovrebbe cancellare il resto della vita.

Dove entra la fede?

La fede può abitare il gesto e la domanda, la preghiera detta insieme e quella che una persona non riesce più a formulare. Non è un contratto che garantisce una guarigione in cambio di dedizione. E non ci dà il diritto di spiegare con sicurezza perché proprio quella persona stia soffrendo o quale lezione debba imparare dal suo dolore.

Nella Spe salvi, al numero 38, Benedetto XVI lega l’umanità alla capacità di accogliere e condividere la sofferenza. La prospettiva cattolica qui non celebra il male in sé. Richiama una vicinanza che non abbandona. La riflessione di CHIARA! cerca una forma quotidiana di quella vicinanza, senza promettere che diventerà facile.

Può essere una domanda semplice: «Che cosa ti farebbe piacere oggi?» Oppure una disponibilità delimitata, offerta a chi assiste: «Posso passare martedì per due ore, se vi aiuta». Non una promessa infinita, ma un tempo reale. Prima di organizzare qualcosa, vale la pena ascoltare quali aiuti siano desiderati e quali invece aggiungerebbero ulteriore fatica o invadenza.

Continuare a vedere una persona

Nei giorni vicini alla commemorazione dei fedeli defunti, il 2 novembre, questa storia può accompagnare anche chi ricorda un amore dopo la morte. Non occorre raccontarlo subito con serenità. Si può custodire un dettaglio, dire un nome nella preghiera, desiderare compagnia o preferire silenzio. La fede nella risurrezione non impone di smettere di sentire la mancanza.

Puoi ascoltare il racconto originale a Soul, sul sito di TV2000, e leggere le parole pubblicate da Ichino. Poi lasciarti una domanda, senza fretta di rispondere: quando guardo una persona che ha bisogno di cura, riesco a vedere anche ciò che ama, ciò che desidera e quello che vuole continuare a scegliere? L’incontro può ripartire da lì.

Il video di TV2000

Il video qui sotto è il commento di Ferruccio de Bortoli a Il tempo sospeso, pubblicato da TV2000 nel maggio 2020. È un contenuto d’archivio sulla lettera di Ichino per Costanza, distinto dalla puntata di Soul collegata nell’articolo. Il filmato rimane sul canale originale dell’emittente.

TV2000 — Ferruccio de Bortoli ricorda Costanza (2020)
Fonte: TV2000 / Il tempo sospeso ↗

FONTI E APPROFONDIMENTI

Crediti fotografici

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