Don Ambrogio Mazzai: «Scelti perché amati»
I sogni delle superiori, la passione per la bicicletta e una scelta che gli ha dato più di quanto immaginasse. Don Ambrogio Mazzai si racconta a CHIARA!: il coraggio di mettersi in gioco, la gioia di essere prete e una fede da vivere ogni giorno, anche fuori dalla chiesa.

«Quando sono diventato prete ho trovato addirittura molto più di quello che immaginavo di trovare». Don Ambrogio Mazzai arriva qui dopo averci raccontato i sogni delle superiori, i sacerdoti che lo avevano affascinato e quel desiderio che, invece di passare, diventava sempre più forte. A un certo punto aveva deciso: era il momento di provare.
Oggi è parroco a Verona, ama la bicicletta e parla di Vangelo anche a chi lo incontra scorrendo un video sul telefono. Quando gli chiediamo chi fosse prima di diventare don, la risposta è schietta: era lo stesso di adesso, con un grado diverso di esperienza e maturità. «Quando uno diventa prete non è che viene stravolta la sua vita e il suo carattere».
Aveva interessi, progetti, capacità da mettere a frutto. Li ritroviamo nel suo modo di raccontarsi, nella passione per lo sport, nel desiderio di vedere crescere la comunità. A tutto questo, spiega, si aggiunge la grazia del Signore, che gli permette di vivere il ministero anche oltre le proprie capacità.
Da Verona, con il Vangelo anche sui social
Classe 1991, don Ambrogio è stato ordinato sacerdote nella diocesi di Verona il 7 maggio 2016. Oggi è parroco dello Spirito Santo, incarico ricevuto nel settembre 2024. Prima ha prestato servizio nelle parrocchie di Sant’Ambrogio di Valpolicella e a San Massimo.
Lo sport e la comunicazione fanno parte anche del suo percorso nella Chiesa: è stato assistente ecclesiastico del Centro Sportivo Italiano di Verona. Su indicazione del vescovo è tornato all’università, scegliendo gli studi in pubblicità e marketing allo IUSVE, l’Istituto Universitario Salesiano Venezia, dove si è laureato in Comunicazione.
Quel desiderio che non passava
Alle superiori aveva tanti sogni nel cassetto. C’erano materie che gli sarebbe piaciuto studiare e un possibile lavoro nell’impresa, dove mettere insieme creatività e ingegno. Gli piaceva l’idea di fare qualcosa usando la propria intelligenza, le proprie capacità.
Negli ultimi anni di scuola aveva cominciato a farsi strada anche il desiderio del sacerdozio. A colpirlo erano stati i preti incontrati: il loro stile, la felicità, la gioia con cui vivevano il ministero.
All’inizio pensava fosse una delle tante idee di quel periodo. Magari sarebbe passata, lasciando posto a un progetto più concreto. Invece tornava. E mentre provava a immaginarsi in vite diverse, si accorgeva che proprio quella gli dava più pace. Non aveva ancora scelto, ma qualcosa dentro di lui stava già trovando posto.
Per spiegare quella sensazione sceglie un’immagine semplice: una spina che entra perfettamente nel suo attacco. A un certo punto, però, immaginare non bastava più. «Devo provare, devo mettermi in gioco, devo buttarmi».
Durante la formazione in seminario quella scelta era diventata sempre più chiara e consapevole. E più bella. Fino a scoprire, una volta diventato prete, che la vita scelta aveva ancora molto da offrirgli.
A un certo punto bisogna buttarsi
«Ma sarò in grado?». Se lo chiedeva prima di diventare sacerdote e, in una certa misura, se lo chiede ancora. Avrebbe saputo portare avanti quel ministero? Sarebbe stato felice? Aveva capito che non poteva pretendere di conoscere tutto in anticipo: per scegliere bisogna anche rischiare, mettersi alla prova.
A sostenerlo c’era la consapevolezza di rispondere a una chiamata del Signore. Nelle responsabilità che affronta conta sulle proprie capacità, ma anche sulla grazia ricevuta con il sacramento. È lì che trova la forza per fare ciò che, guardando soltanto a se stesso, gli sembrerebbe impossibile.
Una comunità da far crescere
La gioia di essere prete, per don Ambrogio, passa anche da una comunità che cresce: persone più mature nella fede, capaci di vivere concretamente il Vangelo, sostenute dai sacramenti. Vedere quel cammino prendere forma dà senso al suo servizio.
Guidare una comunità significa anche attraversare contrasti, cercare un’intesa, spingere quando qualcuno si tira indietro. È la parte che sente più faticosa. Le relazioni, ci racconta, sono insieme la cosa più bella e quella che può costare di più. Nel cammino verso il Signore si mette in gioco anche lui.
Ci sono poi le persone che gli confidano di essere prese in giro perché vanno a messa o pregano. Finiscono per vergognarsi di mostrare una parte importante di sé. Don Ambrogio cerca di ridare loro coraggio. Se a essere colpito è lui, dice di avere le spalle abbastanza larghe; quando accade a una persona affidata alle sue cure, sente il bisogno di difenderla. È anche così che vive il suo essere pastore.
Che cosa vorrebbe lasciarti, tra un video e l’altro
TikTok, Instagram, Facebook e YouTube: la sua presenza sul web passa attraverso più canali. Il confronto con i ragazzi continua anche dal vivo. All’ITI Marconi di Verona, per esempio, ha incontrato le classi prime per parlare dell’uso dei social, in un’attività della scuola dedicata al contrasto del bullismo e del cyberbullismo.
Sui social può incontrarlo anche chi non cercava un contenuto religioso. Che qualcuno si fermi, si faccia una domanda, trovi uno spunto di riflessione sarebbe già qualcosa di buono. Ma lui spera di far arrivare soprattutto questo: siamo scelti con amore.
«Non scelti in base semplicemente al merito, alle capacità, ma scelti perché amati». Sono parole da tenere vicine, soprattutto nei giorni in cui ci sembra di valere soltanto per quello che riusciamo a fare. Don Ambrogio vorrebbe trasmettere proprio ciò che ha scoperto nella sua vita: essere amati da Dio e chiamati a qualcosa di importante.
Le domande, anche quelle difficili, le accoglie volentieri. Gli parlano di persone che vogliono capire. Alcune riguardano la vita eterna, la morte, il destino dei propri cari. A volte lo portano ad approfondire qualcosa che lui stesso non aveva ancora esplorato fino in fondo. Cercare una risposta insieme fa crescere anche lui.
In bicicletta c’è tempo per pensare
Lo sport ha un posto importante nella sua vita. Gli fa bene fisicamente e quella serenità si riflette anche nella mente, nella riflessione, nella spiritualità.
Gli offre tempo per stare da solo e pensare: uno spazio che, tra mille impegni, rischia di sparire. Ma è anche un modo per incontrare persone. Si comincia condividendo una passione, un momento sportivo; poi, nel dialogo, possono trovare posto le domande sulla fede. Anche da lì può nascere un cammino.
Non aspettare di avere tutto a posto
«Prima sistemo la mia vita, poi mi avvicino a Dio». A chi si riconosce in questo pensiero don Ambrogio risponde senza girarci intorno: aspettando quel momento, si rischia di non arrivare mai.
Il Signore chiama le persone dove sono, con i loro difetti, le fragilità, le colpe. Non bisogna nascondergli le parti della vita di cui ci vergogniamo. Don Ambrogio lo dice pensando anche a sé: crescere e vivere con coerenza la fede è un lavoro che dura tutta la vita. Possiamo cominciarlo senza pretendere di averlo già finito. E lasciarci accompagnare.
Anche sulla preghiera invita a fermarsi. Può succedere di viverla come uno sforzo per ottenere qualcosa in cambio. Lui la racconta come una relazione che attraversa l’intera esistenza: ci si sceglie, si sta insieme, si continua nella buona e nella cattiva sorte. L’esempio è quello del matrimonio. Pregare significa coltivare quel rapporto con Dio, ogni giorno.
Il Vangelo, quando la vita fa male
Quando muore una persona cara, le domande sulla fede hanno il peso di un’assenza. Dove sarà? La rivedremo? Sono domande che don Ambrogio ha ricevuto tante volte. Nei funerali, accanto a chi vive quella ferita, sente particolarmente viva la parola del Vangelo: la consolazione e la speranza della vita eterna, dentro il dolore di chi resta.
Il Vangelo gli chiede poi di passare dalle parole ai gesti. Cerca di testimoniarlo con la propria vita quotidiana, riconoscendo anche gli errori e il bisogno di misericordia. Quando incontra persone che lo vivono concretamente, ne riceve una spinta a fare altrettanto: è la testimonianza che vorrebbe offrire a sua volta.
Le domande continuano anche nei libri
Le conversazioni nate sui social hanno trovato spazio anche in Upsy Daisy. Le domande che non hai mai fatto a un prete (Tau, 2022): risposte ai dubbi dei lettori e passaggi della sua esperienza personale.
Con Poco più di un’estate (Piemme, 2023) ha scelto invece il romanzo, nato anche dalle esperienze della sua vita di giovane sacerdote. Al centro ci sono i rapporti, le paure, le emozioni che si fatica a dire e l’importanza di trovare qualcuno disposto ad ascoltare.
Il primo passo può essere piccolo
A chi non entra in chiesa da anni, ma sente ancora il desiderio di parlare con Dio, lascia un invito concreto: non tenere quel desiderio nel cassetto.
Provare a entrare in chiesa. Fermarsi a pregare, chiedere aiuto al Signore. Oppure andare a trovare una persona sola, dare da mangiare a chi ha fame, compiere in famiglia un gesto che esprima il Vangelo.
Forse viene in mente proprio qualcuno mentre si leggono queste parole. Una persona che non sentiamo da tempo, una visita rimandata, un aiuto che possiamo dare. Don Ambrogio invita a dare una possibilità concreta al desiderio di Dio. Anche lui aveva cominciato così, senza sapere già tutto: «Devo provare, devo mettermi in gioco, devo buttarmi».
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