UNO SCATTO CHE FERMA LO SGUARDO: FEDERICO VERONESI VINCE IL WILDLIFE PHOTOGRAPHER OF THE YEAR!
Oltre 65.000 fotografie, 121 Paesi e territori. A conquistare il premio è un italiano, con un’immagine che invita a guardare gli animali con più attenzione.

Ci sono fotografie che non si lasciano scorrere via. The Aftermath, di Federico Veronesi, è una di queste. Il fotografo italiano ha vinto il Wildlife Photographer of the Year 2026, il concorso del Natural History Museum di Londra. Il comunicato del museo è datato 13 ottobre: le immagini in gara erano 65.403, arrivate da 121 Paesi e territori.
Un’elefantessa e un piccolo che non c’è più
Lo scatto è in bianco e nero. Nella valle del fiume Huab, in Namibia, un’elefantessa porta con sé un cucciolo morto, tenendolo tra proboscide e zanna. Veronesi seguiva le tracce degli elefanti quando ha notato nella sabbia dei segni insoliti: quei solchi lo hanno condotto fino al gruppo.
La scheda del museo non conferma che l’elefantessa sia la madre del piccolo. Racconta invece quanto siano complessi i comportamenti degli elefanti davanti alla morte: possono vegliare sui corpi, toccare le ossa e trasportare animali morti. Gli studiosi discutono come interpretarli, anche come possibili manifestazioni di lutto.
Il talento non ha un’età minima
Il giovane vincitore assoluto è Oscar Whitfield, britannico residente in Zimbabwe. In Labour of Love ha fotografato uno scarabeo stercorario impegnato a spingere la sua pallina: un animale minuscolo, protagonista di un grande lavoro per l’ambiente.
Nella categoria fino a dieci anni vince Amelie Davis con un bombo in volo. La macchina fotografica non era con lei, così ha usato lo smartphone di papà. Un promemoria bellissimo: prima dell’attrezzatura viene l’attenzione.
La mostra comincia il 16 ottobre
Le immagini premiate sono esposte al Natural History Museum dal 16 ottobre 2026 all’11 luglio 2027. Chi non va a Londra può esplorare la galleria ufficiale del concorso, con fotografie e racconti degli autori.
«Può una donna dimenticarsi del suo bambino?», domanda Isaia (49,15). Quel passo parla dell’amore fedele di Dio. Accostarlo a questa fotografia è una riflessione di fede, non una spiegazione scientifica di ciò che prova l’elefantessa. Ma può accompagnare il nostro sguardo: soffermarsi sulla vulnerabilità di una creatura, senza trasformarla in spettacolo, è già una forma di rispetto.


