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SANTO CIELO!

TERESA TROVAVA DIO ANCHE TRA LE PENTOLE. E NOI?

Il sugo comincia ad attaccarsi proprio mentre squilla il telefono. C’è una tazza da spostare, qualcosa nel lavandino, il pane che ti eri dimenticata di tirare fuori. Avevi pensato di prenderti un momento per pregare. Lo farai dopo, quando sarà tutto sistemato. Quel dopo, però, continua a cambiare orario.

Teresa d’Avila nel dipinto di François Gérard del 1827, riproduzione di un’opera in pubblico dominio.

Forse immagini la vita spirituale come una stanza diversa da quella in cui trascorri le giornate. Più silenziosa, più ordinata, con una luce bella e nessuno che domanda dove siano finite le forbici. Tu, intanto, sei qui. E ti sembra di arrivare a Dio sempre con qualcosa ancora da finire.

Teresa d’Avila ha lasciato alle sue monache un’immagine che entra benissimo in questa cucina: nel Libro delle Fondazioni, al capitolo quinto, ricorda la presenza del Signore anche fra le pentole. Non è una battuta inventata per rendere simpatica una santa. È il modo concreto con cui parla della vita con Dio dentro le occupazioni affidate alla comunità.

Una mistica che conosceva le cose da fare

Di Teresa ricordiamo spesso le esperienze interiori, i libri e il celebre castello delle dimore. La pagina sulle pentole ci restituisce anche una donna attenta al lavoro necessario perché una comunità viva. Qualcuno deve preparare, organizzare, servire. La preghiera attraversa quella realtà.

Francesco richiama proprio Fondazioni 5,8 nel messaggio del 15 ottobre 2014 per l’Anno Giubilare Teresiano. Il suo sguardo sulla santa tiene insieme esperienza mistica, servizio e responsabilità quotidiane. L’incontro con Dio non la rende estranea alle persone o alle loro preoccupazioni.

Il contesto conta: Teresa scrive per una comunità religiosa e parla anche di obbedienza. Noi non viviamo tutte in un Carmelo. Possiamo però raccogliere la sua domanda senza trasportare automaticamente ogni regola del monastero nella nostra casa: dove cerchiamo il Signore, mentre facciamo ciò che serve davvero?

La cucina può diventare un luogo di attenzione

Ci sono gesti ai quali ci abituiamo così tanto da non guardarli più. Lavare una mela, mettere un piatto in tavola, ricordare che qualcuno non può mangiare un ingrediente. La cura prende una forma molto concreta e spesso passa inosservata, anche a chi la offre.

Puoi riconoscerne il valore senza dover provare continuamente gratitudine o tenerezza. A volte cucini volentieri. Altre volte sei stanca e avresti desiderato trovare la cena pronta. Nessuna di queste sere, da sola, racconta tutta la qualità del tuo amore.

La possibilità di pregare qui può essere semplice: affidare una persona mentre prepari qualcosa per lei, ringraziare per il cibo, domandare pazienza prima di rispondere male. Sono gesti possibili, non un programma da aggiungere alla lista delle prestazioni domestiche.

Trovare Dio nelle faccende non obbliga a farle tutte

Questa immagine sarebbe usata male se diventasse un modo elegante per lasciare sempre la stessa persona ai fornelli. Il valore spirituale della cura riguarda anche la disponibilità degli altri a condividerla. Non rende giusta una distribuzione del lavoro che nessuno può mettere in discussione.

Puoi chiedere una mano. Puoi dire che oggi non riesci a preparare tutto. Puoi concordare turni e responsabilità senza dover prima dimostrare di essere arrivata allo sfinimento. Una casa condivisa comprende persone che imparano a vedere il lavoro necessario, non soltanto il risultato sul tavolo.

La riflessione riguarda donne e uomini, chi vive in famiglia e chi abita da solo. Anche prepararsi un pasto con un po’ di cura ha valore. Il fatto che nessuno si sieda di fronte a te non rende la tua cena meno degna di tempo e attenzione.

E quel momento di silenzio che desideravi?

Può aiutare anche un accordo molto semplice: oggi preparo io, domani tu. Oppure stasera ci fermiamo insieme dieci minuti e il lavandino aspetta. La casa non perde dignità se chi la abita trova un poco di tempo per respirare e stare con il Signore.

Resta importante. La pagina di Teresa non ci invita a riempire ogni pausa di attività e non rende superfluo il tempo dedicato esplicitamente alla preghiera. Possiamo stare con Dio nel lavoro e desiderare anche un momento in cui posare quello che abbiamo in mano.

Forse oggi saranno pochi minuti dopo cena. Forse dovrai chiedere a chi vive con te di occuparsi del resto. Puoi scegliere una possibilità sostenibile, senza aspettare la serata in cui ogni armadio sarà a posto e tutti avranno smesso di aver bisogno di qualcosa.

La fede cattolica comprende anche la Messa e la vita sacramentale: non le sostituiamo con le faccende. Ma possiamo smettere di pensare che il resto della settimana sia una zona dalla quale il Signore resta fuori, in attesa che siamo finalmente presentabili.

Quando il telefono smetterà di squillare, magari il sugo avrà bisogno di un po’ d’acqua. Torna alla pentola. Se ti viene, puoi dire una parola tua a Dio. Poi chiama qualcuno perché apparecchi. La vicinanza del Signore può trovare posto in una cucina vera, con il suo disordine e con persone che si aiutano a viverci.

FONTI E APPROFONDIMENTI

Crediti fotografici

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