SIMONA ATZORI: SI PUÒ PREGARE ANCHE BALLANDO?
Quando le parole non bastano, il corpo può esprimere un grazie? Le testimonianze pubbliche di Simona Atzori aprono una domanda sulla fede e sull’arte.

Parte una canzone che conosci. Mentre sistemi una stanza, il ritmo ti raggiunge prima ancora che tu decida di ascoltarlo: muovi un piede, accompagni una nota, per qualche istante ti accorgi del corpo in un modo diverso. Non devi salire su un palco per sapere che un gesto può raccontare qualcosa.
Può farlo anche davanti a Dio? La domanda attraversa le testimonianze pubbliche di Simona Atzori, danzatrice, pittrice e autrice. Nel suo racconto l’arte incontra la fede, e il corpo diventa parte di un modo personale di esprimere gratitudine.
Danza, pittura e fede si incontrano nella storia di Simona Atzori. Le sue testimonianze pubbliche e i testi che condivide sul proprio sito ci permettono di avvicinarci al modo in cui vive questo legame.
La fede raccontata attraverso un linguaggio artistico
Nell’intervista al Giornale della Danza del 1° marzo 2017, Atzori parla del sostegno ricevuto dalla fede e del corpo come mezzo per esprimere gratitudine attraverso danza, pittura e scrittura. Racconta inoltre la libertà espressiva che trova nel movimento e la ricerca interiore che accompagna il suo lavoro.
Sono parole affidate a un contesto preciso, che merita attribuzione. Possiamo ascoltarle senza farne una frase valida automaticamente per ogni credente. Una testimonianza personale ci mostra come qualcuno vive un’esperienza; non ci chiede di riprodurla per dimostrare di avere la stessa fede.
Forse tu non danzi. Forse ami cantare, disegnare, scrivere, oppure ascoltare musica mentre cammini. Puoi riconoscere comunque quella domanda: in quali momenti mi sento presente a ciò che faccio? Quale linguaggio mi aiuta a esprimere quello che non riesco ancora a dire?
Il ricordo del Giubileo sul suo sito
Nel testo Giubileo 2000, pubblicato sul proprio sito il 5 maggio 2025, Atzori torna a un’esperienza di danza e preghiera. Racconta la tensione prima dell’esibizione, un momento di raccoglimento e la gratitudine vissuta attraverso il movimento. Il racconto presenta il significato spirituale che lei attribuisce a quei ricordi.
In un altro testo personale, Incontro con il papa, pubblicato nella stessa data, rievoca la danza sul Magnificat e il dipinto preparato per Francesco. Descrive l’offerta della propria arte come un’esperienza di preghiera. Anche qui ascoltiamo il suo vissuto, senza aggiungere dialoghi, emozioni o particolari che non abbia raccontato.
Queste pagine tengono insieme preparazione artistica e interiorità. Ci permettono di guardare oltre l’istante dell’esibizione: un gesto visibile può portare un percorso di lavoro, attesa, ricerca. Non tutto ciò che conta in una persona si vede mentre la si osserva.
Guardare un’artista oltre la prima impressione
Atzori, nata senza braccia, presenta sul suo sito un’attività che comprende danza, pittura, libri e incontri. Nella pagina dedicata alla pittura ripercorre anche la propria formazione in arti visive. Conoscere il suo lavoro richiede quindi di dare spazio alle opere, ai linguaggi e alle scelte artistiche.
La disabilità è parte della sua esperienza. Non autorizza chi racconta a fare della sua vita un confronto con quella degli altri: se lei riesce, allora tu non hai scuse. Una frase così toglie spazio sia alla persona osservata sia a chi sta affrontando una fatica diversa.
Possiamo invece restare curiose. Guardare come un movimento incontra la musica, che cosa accade in un dipinto, quali domande una pagina lascia aperte. Accogliere una storia vuol dire anche permettere che abbia più contenuti del messaggio che vorremmo ricavarne subito.
E se il tuo corpo oggi è difficile da abitare?
Ci sono giorni in cui non provi gratitudine spontanea per il corpo. Può essere stanco, dolente, limitato in qualcosa che desideri fare. Può sembrarti esposto agli sguardi o cambiato più in fretta di quanto tu riesca ad accettare.
La testimonianza di un’artista non mette una scadenza a questi sentimenti. Puoi essere colpita da ciò che racconta e, nello stesso tempo, riconoscere che la tua esperienza è diversa. Non devi produrre gioia per meritare ascolto, né cercare immediatamente il lato positivo di una difficoltà.
Nella preghiera puoi portare anche questo. Trovare una posizione possibile, affidare a Dio una fatica, chiedere compagnia. A volte l’espressione che corrisponde alla giornata sarà un gesto; altre volte una parola, il silenzio, la disponibilità a lasciarti aiutare.
Un’espressione personale della fede
Quando Atzori racconta la danza come preghiera, parla della propria relazione con Dio attraverso l’arte. Non sta fornendo una regola liturgica generale. Distinguere questi piani permette di ascoltare la sua esperienza senza attribuirle affermazioni diverse da quelle che ha fatto.
Puoi andare alle fonti, leggere le sue parole e osservare il lavoro che presenta. Poi lasciare che nasca una domanda tua, senza aspettarti una risposta immediata. Quale parte della tua vita tieni fuori dalla preghiera perché pensi che non abbia il linguaggio adatto?
Forse ritroverai una canzone da ascoltare con attenzione, una pagina da riempire, un gesto piccolo da offrire. Forse semplicemente una curiosità nuova verso un’artista. Anche questo è un buon incontro: qualcuno racconta il proprio cammino e tu trovi lo spazio per guardare con più cura il tuo.
FONTI E APPROFONDIMENTI
- Giornale della Danza, La mia preghiera è la danza: intervista a Simona Atzori, 1° marzo 2017
- Simona Atzori, Giubileo 2000, racconto personale pubblicato il 5 maggio 2025
- Simona Atzori, Incontro con il papa, racconto personale pubblicato il 5 maggio 2025
- Simona Atzori, sito ufficiale e presentazione dell’attività artistica
- Simona Atzori, Pittura: percorso e formazione


